​Il trilemma di Bostrom

«1. Nessuna civiltà raggiungerà mai un livello di maturità tecnologica in grado di creare realtà simulate.

2. Nessuna civiltà che abbia raggiunto uno status tecnologico sufficientemente avanzato produrrà una realtà simulata pur potendolo fare, per una qualsiasi ragione, come l’uso della potenza di calcolo per compiti diversi dalla simulazione virtuale, oppure per considerazioni di ordine etico, ritenendo ad esempio immorale l’utilizzo di soggetti tenuti “prigionieri” all’interno di realtà simulate ecc.

3. Tutti i soggetti con il nostro genere di esperienze stanno vivendo all’interno di una simulazione in atto.»

Ho fatto scelta. Ho deciso che uno di questi argomenti di Bostrom sia la mia realtà. Alla ricerca del tempo perduto e della grande bellezza, ho capito che «lo sguardo trova sempre quello che cerca il cuore», come diceva Venditti.

É da tempo che ci conosciamo. Ogni giorno al mattino, mentre facevo la solita passeggiata al lavoro, ci incontravamo sulla strada vicino a Trinity Square. Io poi, trascinavo i piedi piacevole attraverso la City, St. Paul, Fleet St., lo Strand… Tu mi guardavi un attimo intenso ogni volta. Io sostenevo il tuo sguardo, sfidandoti a fermarmi.

Esistiamo tu ed io? Credo di no.

Sapevo da sempre che eri italiano. Dal Sud. In questa immensa città, anonima e sovrappopolata, soltanto un uomo italiano mi avrebbe guardata come mi guardavi tu, come guardano gli italiani le femmine. Spogliandomi con gli occhi. Accarezzandomi l’anima con le labbra mute. Con la passione contenuta in mente e il desiderio in cuore. Fra questa folla ingente, senza rumore.

«Se si pensa che gli argomenti n.1 e n.2 siano entrambi probabilisticamente falsi, si dovrebbe allora accettare come altamente probabile l’argomento n.3.»

La prima volta, abbiamo fatto appuntamento il mercoledì, a St. Paul, alle cinque e mezza. Da allora sempre, lo stesso giorno, nello stesso posto, alla stessa ora. In questa realtà virtuale, ho cercato di trovare un glitch sul sistema per capire che è tutto un sogno, che siamo delle intelligenze artificiali in questo mondo simulato da noi stessi.

Quando chiudevi la porta, avvolta nelle tue braccia, mi lasciava trasportare dal desiderio, stordita dalla tua passione, dalla tua forza. Mi baciavi il collo. Mi leccavi la schiena. Le tue mani stringevano la mia vita, afferravano i miei fianchi. “Dai. Fottimi. Sbattimi forte adesso”. Tu venivi presto.

Lo facevamo soltanto nei bagni pubblici. Nel London Museum. Nella Tate Modern. Nel British. Nella Somerset House… Facendo finta d’incontrarsi per caso, come due sconosciuti, come due adolescenti che sfuggono agli sguardi adulti.

Abbiamo giocato al sesso qualche tempo. Alla ricerca del tempo perduto. Perduti nel tempo. Comunque un giorno, ho avuto un’illuminazione, una rivelazione, uno psychological shock. La certezza filosofica cosciente della mia condizione posthuman.

Una notte, sotto un cielo pieno di stelle, nascosti all’aperto fra i yacht di St. Katherine Docks, mi hai fatto l’amore in un attacco di follia, preso dalla foga. E sei venuto dentro di me. Anch’io son venuta in quel momento, impazzita da un orgasmo colossale, sbalzato dalle forze dell’universo. Ridevo a squarciagola. E mentre sentivo il tuo respiro forte sul mio orecchio, immobili, in continuo movimento, senza neanche una parola… sei venuto una seconda volta dentro di me. Ho trovato il glitch.

«3. Tutti i soggetti con il nostro genere di esperienze stanno vivendo all’interno di una simulazione in atto.»

La grande bellezza – I lie, David Lang

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